Correva a perdifiato sullo stretto sentiero in pietra che conduceva a Vernazza. Era molto stanco, faceva caldo, sudava e arrancava, ma aveva un compito da portare a termine, l’unica cosa importante per lui. Tutto il resto ora non contava. Era solo per questo che continuava a correre, annaspando in avanti con le mani tanto gli costava fatica muovere velocemente le gambe, come un nuotatore in debito di ossigeno, che fatica ad arrivare alla riva per prendere finalmente fiato. Ma non si fermava, avrebbe voluto lasciarsi andare a terra per riposare cinque minuti, ma non poteva, non adesso. Nella sua mente si ripeteva ossessivamente l’immagine di suo fratello Giampaolo che lo incitava a fare presto e a ritornare prima che poteva.
La parete rocciosa della montagna era punteggiata da numerose piante grasse che sembravano aver lottato per la sopravvivenza in quei declivi così aspri. Le irsute foglie di agave si ergevano sul lato sinistro dello stretto sentiero, grandi e prominenti, fino quasi a bloccare il passaggio in certi punti. Fabio ne sfiorò più di una e più volte sentì la puntura degli aculei sulla spalla e sul braccio, ma non ci fece caso. Cominciò finalmente a vedere la torre in pietra che indicava che stava per raggiungere Vernazza, mentre una goccia di sudore enorme scivolò dai suoi capelli e atterrò sulla punta del naso, facendoglielo arricciare. Si deterse con entrambe le mani la fronte imperlata di sudore, e si apprestò ad affrontare i numerosi gradini in pietra che lo avrebbero condotto al porticciolo.
Giampaolo era steso per terra, a pancia in su, immobile. Aveva gli occhi semi aperti, il sole cocente del primo pomeriggio lo accecava, e sentiva che la stanchezza stava per prendere il sopravvento. Era fiacco. Fabio era partito da un pezzo e ancora non si vedeva. Forse non ce la avrebbe fatta, forse non sarebbe nemmeno più tornato. Gli occhi erano ormai sempre più pesanti…
Era stato bravo finora, non doveva arrendersi ora che la meta era più vicina. I muscoli delle sue gambe urlavano di dolore, ogni falcata gli costava una grande fatica, resa più pressante dall’afa e dal riverbero del sole sulle pietre bollenti, che sprigionavano così il loro calore sul selciato del sentiero che Fabio stava percorrendo stoicamente, stavolta in senso contrario all’andata, in direzione di Monterosso. Il mare era placido, e pigramente i suoi flutti andavano a infrangersi sulle rocce, senza troppi spruzzi, quasi in un patto di non belligeranza tra i due contrapposti elementi. Il sole si specchiava sul mare, e di ritorno il mare sembrava ammantato di nastrini dorati e luccicanti. L’unico pensiero non inerente a suo fratello che Fabio ebbe durante il suo durissimo tragitto fu proprio per il mare, così splendente e accogliente… Ci si sarebbe buttato dentro a capofitto, tutto vestito, senza pensarci un attimo, se solo avesse potuto.
Monterosso non arrivava mai. Temeva di non farcela, era sempre più esausto. Mentre si apprestava a concludere una salita pietrosa e sconnessa mise un piede in fallo e cadde per terra, sbucciandosi un ginocchio e il gomito, ma non si lasciò sfuggire di mano il prezioso carico. Dopo lo spavento iniziale si rialzò felice di essere ancora tutto intero, ma intanto le ferite cominciarono a sanguinare vistosamente e a bruciargli. Si sforzò di non piangere e di non lamentarsi. Giampaolo aveva bisogno di lui, doveva continuare a correre per raggiungerlo.
Era il momento di dimostrare a Giampaolo che lui non era un peso e basta. Mamma e papà lavoravano tutto il giorno e dopo la scuola avevano ordinato al fratello maggiore di prendersi cura di lui, e di tenerlo sempre con sè. Giampaolo aveva quattordici anni, quasi quindici, mentre Fabio nove. Era una differenza di età che a Giampaolo pesava molto. Avere sempre il fratellino appresso era una condanna! Ma oggi aveva bisogno del suo aiuto… Fabio continuò a correre, nonostante il cuore gli stesse scoppiando in petto e la ferita dolorante del ginocchio gli avesse macchiato il calzino attraverso uno scuro rigagnolo di sangue. Finalmente vide comparire Monterosso…
Quando lo vide arrivare, Giampaolo si alzò di scatto e gli corse incontro: “Ma allora ce la hai fatta! Sei stato grande! Ma che ti è successo, ti sei fatto male?” e Fabio, senza fiato: “No, no, sono solo scivolato. Prendi!”. Giampaolo prese il pallone di cuoio dalle mani di Fabio e corse euforico dai suoi amici: “Ora possiamo giocare!”.
“Io… sto con te… me lo avevi promesso…”.
“Certo Fabio, sei in squadra con me!”.
Nonostante la fatica e le dure prove del viaggio appena affrontato, in quel momento Fabio era il bambino più felice del mondo.
Ecco il racconto più bello di UniVersi