Alle pendici del Monte Solitudo, sulle sponde del fiume Mestizia, c’è una casa di mattoni rossi con i pioventi straordinariamente inclinati, quasi a sfidare le leggi architettoniche della costruzione, e quattro finestre piccole e buie, una per ogni lato. Il salone che si snoda all’interno della casa è uno spazio ampio e spoglio, nel quale filtra una luce pigra eppure invadente, appena sufficiente comunque a mostrare i profili degli oggetti e dell’unica persona che si trova nella stanza: un vecchio sulla settantina, dallo sguardo ruvido e fiero, gli zigomi alti e le guance ancora piene, che ciondola armonicamente su una sedia a dondolo di bambù. A riempire i sensi più di ogni altra cosa è la musica che esce da un minuscolo carillon che il vecchio tiene con delicatezza sul palmo di una mano, come se si trattasse di un animale da salotto da accarezzare amorevolmente.
In una Roma calda e umidiccia, tra le strade della Montagnola, sfreccia Pietro, sulla sua bicicletta Atala blu senza cambio e con una rosa rossa incastrata nel portapacchi a molla, e pare un gregario navigato che sta preparando la volata al suo capitano tanta è la foga che ci mette nel pedalare. Pietro è un ragazzo di ventinove anni dall’aspetto più infantile di quello che l’età suggerirebbe, che dalla vita ha ricevuto in dono un biglietto da visita non richiesto con su scritto «ritardo mentale lieve». Il suo corpo però non tradisce alcun segno di questa sua deficienza mentale: il busto è esile e poggia su delle gambe muscolarmente poderose, che fanno di lui un mirabile ciclista; il viso è liscio e dai lineamenti smussati, disturbati solo da una folta chioma di capelli arrangiati alla rinfusa. Corre a perdifiato, Pietro, spingendo a piena forza sui pedali, perché, aldilà dell’espressione innocua e distesa, ha un cruccio che lo tiene in apprensione e gli rosicchia lo stomaco. Corre a perdifiato, Pietro, abbassando la testa per ottenere il massimo della concentrazione agonistica e divorando l’asfalto; e dispensa furiose scariche di pedalate per poi concedersi qualche secondo di riposo, giusto il tempo di dare una rapida occhiata all’orologio analogico che gli è sceso ormai sin quasi al gomito: oggi non può fare tardi, oggi non può deluderla, oggi proprio no.
Quando Pietro arriva a destinazione, è mezzogiorno e cinquantacinque e un brivido di felicità lo percorre, perché sono cinque gustosi minuti di anticipo. Poi si ricompone e riprende la sua marcia decisa: sale le scale verso il portone principale due gradini alla volta, stessa sorte per le scale interne, fa lo slalom attorno a un gruppo di persone che sono immobili, o che almeno lui percepisce come tali, riprende nuovamente a correre. La porta della stanza numero dodici si schiude veementemente per effetto del gesto fuori-controllo di Pietro, andando a sbattere contro una colonna di gesso e provocando l’ira di un signore baffuto chino sopra il seno di una donna più attempata di lui. Dorilla è in fondo alla stanza sotto una larga finestra dalla cornice arancione e, neanche il tempo per le scuse per la sua irruenza, Pietro le si fionda dappresso: come è bella Dorilla, anche distesa su un letto di ospedale…
- Questa è per te! – annuncia Pietro con tono squillante, tirando fuori la rosa rossa sgangherata che teneva nascosta dietro la schiena.
- Oh grazie, Pietro. Non dovevi, sul serio… che profumo, grazie davvero!
- E… c-come stai?
- Come la neve. Placida e apparentemente solida. Ma basta un nonnulla che rischio di sciogliermi…
- Come la neve? Ma se siamo ad Agosto!
- Stupidino, era una metafora, un’immagine per fare un paragone… – un sorriso si materializza sul volto di Dorilla scavato dalla stanchezza; da sotto il respiratore artificiale i due angoli della bocca si arricciano in modo buffo, due fossette appaiono sulle pallide e scarne gote.
- Signori, il tempo per le visite ora è finito. – una voce grossa e perentoria all’altezza dell’uscio – Sapete in che reparto siete, no? Non potete trattenervi molto, è stata anzi una concessione speciale…
- Non puoi morire, Dorilla… io non ho altro che te… – si lascia sfuggire Pietro, quasi sottovoce e con fare cantineloso.
- Ce la metterò tutta, te lo prometto Pietro.
Il dottore dell’ultimatum verbale afferra Pietro per un braccio e lo trascina a peso morto in mezzo alla stanza; dal canto suo, il ragazzo non fa nulla per contribuire attivamente alla sua dipartita: lui, Pietro il ritardato lieve, non ha mai avuto così poca voglia di tornare alla sua Atala blu.
Alle pendici del Monte Solitudo, sulle sponde del fiume Mestizia, c’è una casa di mattoni rossi con i pioventi ricoperti da un corposo strato bianco. La nevicata è stata copiosa e non tutti i fiocchi hanno fatto in tempo a scivolare giù lungo le ripidità del tetto. Fuori, alla portata dello sguardo del vecchio con il carillon, c’è un giardino delimitato da una steccato di legno bruno; la neve fa del giardino un tappeto persiano senza arabeschi, immacolato. Almeno finché qualcuno non rovinerà questo fragile equilibrio camminandoci sopra, almeno finché la neve sciolta non trasformerà tutto in un lacrimoso fiume d’acqua.
Un’altra delle gemme di UniVersi. Un racconto che tocca l’anima come pochi.