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Scrivere è sempre nascondere qualche cosa in modo che poi venga scoperto. (Italo Calvino)

La panchina – di Vaisecco

L’orologio segnava le 10.20.
Non poteva essere così presto! Forse, nel ritardo di quelle lancette, si mascheravano volutamente quelli accumulati dai treni che giungevano in stazione.
Passò una vita intera prima che riguardasse di nuovo l’orologio: 10.22.
Nel suo disorientato senso della ragione abbozzò un sorriso autocritico per il nervosismo che non riusciva a trattenere, quindi cercò inutilmente di rilassarsi.
Stava ripassando mentalmente la scena che di lì a breve l’avrebbe investito, quasi come se facesse già parte del passato.
Un passato in cui lei era sempre stata presente e futuro, fino a quando la strada della realtà aveva deviato bruscamente da quei sogni che non aveva mai smesso di vivere, come se fossero l’unico contatto rimastogli per non perderla.
Eppure ora stava per arrivare; ancora qualche eterno minuto di attesa e sarebbe scesa da un treno sgangherato che solitamente trasporta migliaia di persone e che, in quest’occasione, ne stava trasportando una sola circondata da un insignificante altro migliaio.
Fece altri due o trecento passi avanti indietro sotto a quell’orologio, poi osò consultarlo: 10.26.
“Ci siamo, si va in scena!” pensò leggermente ad alta voce.
Si cacciò una caramella in bocca, di quelle impossibili da gustare perchè dopo pochi secondi ti restituiscono una bocca anestetizzata dalla menta e ti lasciano quella sensazione di difficoltà nel respirare.
L’urlo del treno in arrivo gli accentuò quel senso di stordimento che l’aiutò a sopravvivere in quel momento. Quindi risorrise, consapevole che un buon psicologo avrebbe avuto molto da analizzare in quella mente paranoica.

(alcuni anni prima…)

“Ely, dimmi tu che cavolo dovrei fare allora?!?
Hai idea di cosa provi ogni volta che ti chiamo e il tuo telefonino spento mi fa capire che sei con lui? Non ti senti ipocrita a dire di amarmi e poi farmi questo???”
“Non essere crudele, ti prego, conosci quanto me la situazione…non è facile Ale…”
“Che non sia facile ho cominciato a sospettarlo da quando prendo Tavor per spegnere il cervello almeno un paio d’ore al giorno!”
“Gli è appena mancato il padre, proprio non me la sento di fargli questo ora… cerca di capirmi, non mi ha fatto niente di male. Anzi, sono io che devo farmi perdonare troppi torti!”
“Quindi vedi qualcosa di sbagliato in due persone che si amano?”
“Dai, lo sai… abbi ancora pazienza un po’, troverò il modo di sistemare la situazione.”

(alcuni anni prima meno qualche mese…)

Tlic Tlic! Come ogni mattina dell’ultimo anno, la prima cosa che fece una volta sveglia fu accendere il telefonino. L’sms arrivò puntuale come sempre e l’emozione di leggere ciò che lui le donava della sua notte insonne si fece prepotentemente varco fra la sonnolenza.
Senza nemmeno lavarsi il viso prese in mano il cellulare e lesse: “Sei e resterai sempre la mia Regina, ma ormai è chiaro che hai scelto un altro Re…non posso vivere per sempre in panchina, mi faccio da parte. Ti amo.”
Non riuscì a trattenere un sospiro, quindi si avviò furtivamente verso il bagno a lavarsi il viso umido.

Di sfuggita si accorse che l’orologio segnava le 10.31. Ma come cavolo aveva fatto ad arrivare vivo fino a quell’ora?
E caspita, quella caramella che si era ficcato in gola era esageratamente potente, avrebbe fatto fatica perfino a parlare! “Okey, okey, niente panico!” si ripetè in testa, “non ho più 16 anni!”
Cercò con lo sguardo il grande display che indica i binari per arrivi e partenze, quindi realizzò che quella stazione aveva solo due binari e di quel display non c’era traccia.
Infine, con un rumore acuto, il treno si fermò e la gente che trasportava iniziò a fare scalo.
L’avrebbe riconosciuta? E lei a lui? Sarebbe stato meglio fuggire finchè poteva?

Mentre i pensieri si sovrapponevano si accorse di essere accanto ad una panchina e si lasciò cadere su di essa insieme al peso delle sue angosce.
In fondo aveva aspettato trent’anni, poteva rimandare ogni decisione di qualche secondo…
S’incuriosì nel leggere una scritta sul muro… “tua per sempre”… quanta ipocrisia, come si può promettere qualcosa che non si può mantenere? In fondo anche lei le aveva detto più volte che…
“Ciao.”
“….Ciao… Elisa……tutto bene? Cioè, com’è andata il viaggio?”
“Non saprei…bene…è molto che aspetti?”
“Un po’. Circa trent’anni.”
“Io…ne abbiamo già parlato…mi dispiace, non saprai mai quanto!”
“Ti trovo bene?”
“Anche tu…ehi, ti è passata l’acne? Dai…insomma…che sogno rivederti!! Se non fosse per quel contratto…”
“Marco?”
“E’…è finita da un pezzo…non è andata come credevo…”
“Mi dispiace, credo”
“Acqua passata, il futuro mi ha riservato l’incontro con un uomo migliore, e ora sono felicemente sposata”
“Bene”
“E tu?”
“Beh…non sarebbe giusto dire che sono infelice. Ho una donna che mi ama e mi rende felice, un piccolino arrivato tardi che continua a farmi sentire giovane e Anna che mi da’ grandi soddisfazioni…”
“Si, scrive molto bene tua figlia… non conosco la mamma, ma direi che ha preso dal papà!”
“Non direi, altrimenti ora farebbe il magazziniere e non starebbe rischiando di pubblicare un libro!”
“Rischiando? Guarda che è sicuro! Il libro mi ha entusiasmato, un racconto intensamente struggente che potrebbe avere perfino un seguito al cinema!! Guarda che ha il tuo stile, se non l’avessi riconosciuto… devi essere proprio fiero di lei!”
“In questa vicenda io che ruolo ho?”
“Non so, potresti farle da manager… o semplicemente da papà… e in tutto questo magari trovare lo spazio per perdonare il più grande sbaglio della tua adolescenza…”
“Non sei mai stata uno sbaglio. Ogni attimo non è stato mai sbagliato, sprecato, scontato, ma è valso una vita intera perché ha consacrato ciò che provavamo.
Il rimpianto è che sarebbe potuta andare diversamente, ma mi cullo nell’illusione che non sarebbe stato sempre come miticizzo nella mia mente. La realtà mette di fronte ostacoli di quotidianità duri da superare senza lasciar qualcosa per strada. Quindi, paradossalmente, la nostra storia potrebbe essere ancora più bella perchè finita.”
“Sono felice che tu lo pensi… per quel che può valere, i rimpianti li ho anch’io, ma sono felice per quel che c’è stato e lo tengo stretto fra i miei ricordi. Lì siamo ancora felici.”
Si alzò, e si strinsero in un interminabile abbraccio.
La voce nell’altoparlante avvisò l’arrivo a breve di un nuovo treno.
Guardò le lancette dell’orologio, 11.04.
“Devo andare, tua figlia sarà nel mio ufficio fra poche ore…”
“Ricorda…”
“Si, sarò muta come un pesce con lei, lo sai!”
“…che rimarrai per sempre la mia Regina. Trattami bene la mia principessa, buon viaggio.”

La vide salire sul treno che l’avrebbe riportata nella grande città, senza vederle le lacrime che le rigavano il viso. Correva verso il suo ufficio in cui c’era ad attenderla sua figlia, ignara di tutto e desiderosa solo di vedere materializzato il sogno di diventare finalmente una scrittrice.

Quando il treno sparì dalla sua vista si risedette sulla panchina, con lo sguardo perso negli intrecciati meandri della sua mente. Finalmente l’aveva rivista! Forse era cambiata, ma se così era non l’aveva notato. Anzi, ora che ci pensava era convinto di aver parlato con la ragazza che aveva conosciuto oltre trent’anni prima. Strana la vita… come poteva essere così desideroso di vederla e allo stesso tempo tanto innamorato di sua moglie? Quella meravigliosa donna che le aveva dato due figli, di cui uno stava andando a conoscere colei che avrebbe potuto essere sua madre.
Fosse stato per lui di certo lo sarebbe stata…come avrebbe aiutato Anna a pubblicare il suo libro perché avrebbe dovuto essere uno scrittore famoso e rispettato.
Che casino! Aveva mancato uno dopo l’altro i suoi obiettivi, pregustandone il sapore per poi digerirne solo l’amaro gusto del fallimento. Una vita passata a sognarsi protagonista e a risvegliarsi comprimario, una riserva fra i titolari che campaggiavano nello scenario delle sue aspirazioni.
Resistette alla tentazione di sprofondare nell’angoscia…poi il suo sguardo ritrovò la realtà e finalmente sorrise a se stesso.
Aveva lottato come meglio poteva per conquistare le proprie ambizioni: molte non le aveva raggiunte, ma sarebbe stato peggio non averci nemmeno provato!
In fondo era sempre meglio una vita in panchina, pronti ad entrare in campo, che rinunciare a giocare.

2 commenti»

  gensi ha scritto @

bello, fitto, assolutamente limitato dal “concorso”. È evidente come questo racconto sia un “pezzetto di”…i personaggi hanno molto più spessore…e potrebbe essere tranquillamente l’inizio ma anche la fine di un racconto molto più corposo. Inoltre ho apprezzato che la panchina, in questo caso, non sia stata vista solo come un oggetto ma in maniera molto più metaforica.

  marcoslug ha scritto @

Secondo me questo racconto è una piccola perla. Una storia che è riuscita a toccarmi sin dall’inizio.


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