La città non è certo affare per i palati fini. La vera città la puoi annusare solo sugli autobus e sui tram affollati dell’ora di punta dove gli anziani e le facce strane si mischiano in un pout pourri d’autore.
Certe mattine, a 20 anni, le tue prime volte da solo e senza regole, ti girano per la testa strani pensieri. Soprattutto se passi ore intere su questi mezzi di trasporto. Inevitabilmente si finisce a pensare. Chi sono, dove sto andando, cosa farò…
Quella cariolata di domande esistenziali sono come uno zaino pieno di piombo. Si appiccicano sulle spalle e non si ha neanche la forza di togliere gli spallacci. Ci si abitua, quasi che quel piombo fosse da sempre stato con noi. Poi ci si affeziona e si ha paura di trovare una risposta vera. Vorrebbe dire lasciare quel fardello lì ad altri ed essere liberi. Perché?
Proprio in una di quelle tante mattine, probabilmente complice un film visto la sera prima, un lampo mi attraversò il cervello.
…e se ci provassi? Se va bene sarebbe la svolta…potrei godermi meglio questa vita deludente. In fondo cosa ho da perdere? Ci vuole una svolta, ci vuole. Così proprio non ha più senso andare avanti. Bisogna credere nei sogni e questo potrebbe essere quello valido.
Era il 22 dicembre. Mi diressi prima in un negozio di giocattoli e poi all’Upim non troppo distante da li. Poi, feci un giro di perlustrazione. Tutto filò liscio a convincermi ancora di più che la mia idea non era solo frutto di una pazzia momentanea ma qualcosa di concreto. Anzi, sotto sotto, qualcosa di giusto per me che credevo ancora alla favoletta che tutti dovessero avere le stesse possibilità.
Tornai a casa che erano già le sette di sera. Il tempo di cucinare, vedere il telegiornale, due tette, due culi e programmai la sveglia per la mattina seguente.
Alle otto e trenta ero già sveglio nonostante la sveglia fosse puntata per le nove. Diciamo che la mia proverbiale freddezza, quella notte, avevo fatto cilecca. Il pensiero continuava a ronzare a ciò che sarebbe successo. Ripetevo mentalmente i movimenti, ripassavo le battute e cercavo il più possibile di valutare tutti gli imprevisti che sarebbero potuti accadere.
Alle dieci e trenta ero dentro. Stranamente c’erano solo due clienti una molto più anziana dell’altra. Senza fare il giro puntai dritto all’unica cassa aperta nel mentre sfoderai la mia Beretta e la puntai verso l’alto.
“Fermi tutti! Questa è una rapina”, urlai.
Scavalcai il bancone.
“State tranquilli, se non fate movimenti strani non vi succederà niente. Due minuti e sarà finito tutto. Tu invece ti vuoi muovere con quella cassa?”
La donna corpulenta seduta sullo sgabellino aveva il terrore dipinto negli occhi. Le avevo puntato la pistola sulla fronte e lei si era subito scostata ed aveva aperto il cassetto. Non avevo la precisa idea di quanto potesse avere lì. Per me era comunque più che sufficiente. Il mio obiettivo era fare tutto il più in fretta possibile.
Arraffai alla rinfusa le banconote e riscavalcai il bancone con il mio sacco pieno.
Ero fuori…cazzo ero fuori e ce l’avevo fatta…Era durato anche meno di due minuti…
…non riuscii neanche a godermi la situazione che un uomo in divisa intimò di fermarmi. Mi assalì il panico. Cosa potevo fare? Era ancora abbastanza lontano ma se non facevo qualcosa mi avrebbe sicuramente raggiunto. O forse sparato, chissà!
Mi buttai in mezzo alla strada e non appena la prima macchina si fermò puntai la mia pistola giocattolo contro il parabrezza. La 60enne che era a bordo scese con il viso pallido quasi quanto il colore dei suoi capelli. Entrai in fretta e furia, misi in moto, schiacciai il pedale a fondo per partire a tutto gas quando…
…cazzo era una microcar. Nella fretta di scappare non mi accorsi del madornale errore che avevo commesso. Questa scatoletta faceva massimo i 23 chilometri orari! Cazzo, cazzo, cazzo! L’uomo in divisa, salito nel mentre su di una volante, impiegò meno di 30 secondi a sbarrarmi la strada. Rimasi al posto di guida, impietrito.
A quel punto aveva davvero senso continuare a scappare?
Presi dal sacco una manciata di banconote accartocciate da 500 euro, me le infilai in tasca e cominciai di nuovo a correre. Senza meta, senza più voltarmi.
Credo che sia il mio racconto preferito dell’autore.
Bellissimo incipit, molto poetico. Lo svolgimento poi è molto particolare: un bel crescendo di azione, fino ad un finale così, troncato, che non mi aspettavo.