Venerdì notte
Spense il laptop e rimase con lo sguardo fisso sulla parete, smarrito in pensieri più grandi di lui, avvinto in un turbinio di meditazioni che lo immobilizzarono. Rimase là per un tempo indefinito, senza rendersi conto del tempo che scorreva. Non aveva ancora realizzato come potesse essere successo, ma era toccato a lui. Il rintocco dell’orologio a cucù lo ridestò. Si alzò e andò a farsi una doccia bollente. Sotto la doccia spostò la manopola della regolazione dell’acqua, e concluse la doccia gelida. Uscì dal piatto della doccia e rimase a guardarsi allo specchio, nudo e gocciolante. Sembrò incantarsi di nuovo, ma questa volta quasi un oscuro senso del pudore lo costrinse a chiudersi l’accappatoio e ad asciugarsi vigorosamente, cominciava infatti a tremare. Trascorse la notte insonne, con gli occhi spalancati al soffitto, perso in elucubrazioni cupe, che infierivano nella sua mente. Il vuoto della sua esistenza lo stava schiacciando.
Sabato mattina
Il giorno dopo, navigando in rete, trovò però la soluzione: era lui che comandava di nuovo, era lui che decideva, non poteva rimanere in balia di una malattia che silenziosamente lo aveva a poco a poco distrutto, senza lasciargli via di scampo. Amedeo non si lasciava sopraffare, non si sarebbe inginocchiato di fronte alla sua fine in modo inerme; avrebbe combattuto a modo suo, avrebbe affrontato la fine come compete a chi sa comandare, gli altri prima ancora che se stesso. Nemmeno il suicidio della moglie, succube del suo carattere autoritario e troppo fragile per resistere ancora accanto a lui, lo aveva distrutto. Né la scomparsa del figlio, fuggito di casa e volatilizzatosi dopo il suicidio della madre, lo aveva vinto. Lo aveva cercato ovunque, aveva pagato fior di detective privati, ma niente. Scomparso, certamente morto. Dopo aver trovato il motorino e i suoi vestiti stracciati in fondo a un canale smise la sua ricerca. Sembravano passati secoli, tanto lontano gli sembravano i ricordi. Forse aveva sepolto tutto. E forse per questo era riuscito ad andare avanti lo stesso, buttandosi nel lavoro, creando e gestendo in maniera ottimale un’azienda di successo. Lavorava anche 20 ore al giorno, concedendosi sì e no un paio d’ore di sonno, tanto era frenetico. Ma l’incontro con la malattia mortifera lo aveva spiazzato, non pensava potesse toccare a lui…E poi cosa aveva realizzato alla fine? Un’impresa solida e vincente, leader in Europa, ma per cosa? Per chi soprattutto? L’inaspettato trovarsi di fronte all’incombente morte lo aveva atterrito, e gli aveva portato sotto gli occhi la reale situazione delle cose: era un uomo di successo, tuttavia completamente fallito. Come uomo. Come essere umano. Non aveva uno straccio di relazione sociale, non aveva più famiglia, né amici, donne, parenti. Viveva per lavorare, e forse aveva capito che la sua vita era stata un’unica, indefessa missione, immerso completamente nel lavoro, al pari di essere immerso nelle profondità dei fondali marini, per evitare, venendo a galla, di vedere il nulla esistenziale schiudersi attorno a lui come una luce abbacinante e troppo forte per i suoi occhi, ormai assuefatti all’oscurità degli abissi. Ma ora aveva trovato la soluzione del rebus. La settimana che gli rimaneva se la sarebbe vissuta come mai si era vissuto la vita fino ad allora. E così fece. In azienda destarono scalpore i suoi modi affabili, il suo discorrere con gli impiegati, la sua disponibilità. Operò una sorta di passaggio di consegne, premiando i più meritevoli e tracciando loro una sorta di via al futuro, al dopo Amedeo, pur senza accennare minimamente a quanto gli stava accadendo. Fece poi una generosa donazione all’AIRC, fondi alla ricerca per aiutare a sconfiggere la malattia che lo condannava a morte. In quei giorni andò in giro a piedi, sorridendo e salutando le persone che incontrava per strada, fermandosi a sorseggiare i caffè più buoni che avesse mai assaggiato nei bar più improbabili trovati negli angoli della città. Pranzò e cenò fuori, in bettole senza pretese dove si sentì veramente a casa, avvolto in un calore che da troppo mancava nella sua esistenza. Vagò per vicoli e viuzze che ignorava completamente, stupendosi di quanti straordinari scorci esistevano nella sua città. Andò al cinema e a teatro, noleggiò una bici e comprò uno stereo portatile, per ascoltare musica, in continuazione. Si concesse del sesso a pagamento. E ne fu felice, non ricordava più certe sensazioni.
E giunse al venerdì sera, con in bocca un senso di amara consapevolezza, un vago sentore di aver completamente gettato al vento gli anni che aveva vissuto, tralasciando l’essenza di un’esperienza unica e irripetibile quale era la vita. Ora che gli sfuggiva la sentiva in tutta la sua forza vitale, vibrante, feroce, tanto da far male. Forse un senso di colpa sempre latente, sempre ricacciato nell’oblio della sua coscienza gli aveva negato tutto ciò. Forse una punizione inflittasi inconsapevolmente, per tutto quello che aveva distrutto nel giro di pochi mesi, tanto tempo fa. Alla fine si assopì.
Si destò alle 4 del mattino. Fuori era ancora buio, e pioveva. Piovigginava appena. Amedeo sorrise, era il giorno giusto per la pioggia. Aveva sempre pensato che ogni singola goccia potesse essere paragonata ad una vita umana, al ciclo di una vita. Prima di formarsi ogni singola goccia di pioggia ha il suo percorso, mai uguale a se stesso. E poi, a un certo punto, comincia la caduta, l’inizio della fine. Sì, decisamente. Era la giornata giusta per la pioggia. Amedeo si vestì, prese l’ombrello, il giornale del giorno prima, lo stereo portatile e la sua musica, e scese in strada. Camminò lentamente, inspirando a fondo l’aria umida che odorava di sale e terra. Raggiunse la spiaggia che stava quasi albeggiando. In giro non c’era nessuno. Posò sulla battigia il giornale, vi posò sopra lo stereo, e lo mise al riparo piantando l’ombrello aperto nella sabbia. Inserì il cd e fece partire la musica. Amedeo si lasciò bagnare, quasi accarezzare dalla pioggia. Respirò l’aria salmastra, leccò le gocce sul suo viso, poi si tolse la giacca restando in camicia, entrò in acqua e nuotò. Si fece cullare dalle placide onde marine. Tornò sulla spiaggia, accanto all’ombrello aperto che sembrava cantare, tanto alta era la musica. Si stese sulla sabbia, mentre la pioggia si fece battente e gli entrava in bocca, nella gola, nel naso, sugli occhi. Rise e pianse, e si mise a cantare, seguendo la musica: “E venne dall’acqua, venne dal sale la penitenza dall’amaro del mare. E il comandante avanza e niente si può fare. Vuole una morte. La vuole affrontare…”
Non si accorse neppure dei due spari in rapida successione che lo colpirono alla testa, freddandolo. L’uomo di nero vestito, sbucato dal nulla, frugò sicuro nel portafoglio della sua vittima, dove trovò, come pattuito, il codice per riscuotere da un conto segreto la restante parte di quanto gli spettava per aver ucciso l’uomo che lo aveva pagato per farlo. Era un compito talmente facile che anche solo la metà finora incamerata era più che sufficiente per il tipo di lavoro richiesto. Fu per questo che non adottò alcun espediente per essere sicuro di ricevere quanto ancora gli spettava. Chi aveva ucciso però doveva essere un uomo di parola, dato che trovò facilmente il codice. Rimase impietrito però da una foto che scivolò fuori dal portafoglio. Si inginocchiò e scrutò Amedeo: era ridotto male, invecchiato, stanco, pieno di rughe, i radi capelli erano grigi e lisi. Un uomo veramente diverso da ciò che era stato suo padre. Si rialzò. Gettò il portafoglio in acqua, si girò e se ne andò. La musica intanto continuava:
“Lo spettro vedemmo
Venire di lontano
Venire per ghermire
Nero di dannazione
Vitainmorte
Vitainmorte
Quello era il suo nome…”
Un racconto che cresce lentamente. Lo leggi e sei condotto con un filo che nasconde qualcosa nell’altro capo e che non vedi. Il finale spiazzante entra come un pugno nello stomaco e ti lascia ovviamente senza fiato.