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Scrivere è sempre nascondere qualche cosa in modo che poi venga scoperto. (Italo Calvino)

La pioggia – di marcoslug

3 Giugno 1992, Piazza I Maggio.
Il cielo, quando sei nell’ultima settimana dell’anno scolastico e l’estate non è più solamente un vago ricordo lontano duecentocinquanta e passa giorni, ha un colore ancora più intenso di quello che ha di solito. Lo guardo, mentre apro la portiera della macchina e disinvoltamente metto i piedi sulla strada di fronte a scuola, e non posso che pensare che la distanza che mi separa da quel mondo di sfumature celesti è veramente poca. Giusto il tempo di sbrigare le ultime pratiche formali, come la recita di fine anno di oggi, e di aspettare, con finta ansia e un candido sorriso stampato in faccia, la pagella finale.
- Ma Michele! – tuona mia madre a mio padre – ti sei scordato per l’ennesima volta di mettere la sicura alle portiere di dietro! Il bambino, un giorno di questi, scenderà senza guardare, verrà travolto da un ubriaco e morirà all’istante. E tu ce l’avrai sulla coscienza per tutta la vita.
- Angela, per l’amor di Dio, non drammatizziamo! Innanzitutto il bambino tanto bambino non mi sembra, visto che ha quasi nove anni, e poi…
- E poi che? – riprende a mordere mia madre – Guarda che io…
- Mamma?
- Guarda che io ti…
- Mammaaa?
- Che c’è tesoro? Fammi finire di parlare con papà.
- Mamma, è tardi: la recita inizia fra dieci minuti e io mi devo ancora cambiare.
Mia madre riceve il mio messaggio con un’espressione di sorpresa, come se le avessi dato una notizia inaspettata; un attimo dopo è lì che zompetta verso il portabagagli della macchina e, con rinnovata allegria, tira fuori il borsone con dentro il mio costume di scena, se così si può chiamare. Lei è così: è capace di diventare inspiegabilmente una furia, ed un attimo dopo, altrettanto inspiegabilmente, essere la persona più solare e disponibile e accomodante di questo mondo. «Noi due maschi di famiglia siamo diversi, Stefano. Siamo come il motore di questa vecchia Ford, silenzioso e costante, ma quando ci incavoliamo lo facciamo sul serio.», mi dice sempre mio padre. Penso che abbia ragione.

24 Aprile 1992, casa.
- Ehi ometto, che hai? Dillo a papà… Che è quel broncio?
- No, è che oggi la maestra Mariella ci ha detto quale recita faremo per la fine dell’anno, e abbiamo deciso i ruoli, cioè ce li ha comunicati lei…
- Bello, no? Che recita farete?
- L’Odissea.
- Cavolo Stefano, sai che era il mio libro preferito quando avevo la tua età? E tu che parte fai: Ulisse, il Ciclope, Antinoo…?
- Faccio la pioggia.
- Eh?
- Faccio la pioggia, avrò un costume da nuvola con tutte le goccioline grigie disegnate.
- Cristo, ma con tutti i personaggi che ci sono nell’Odissea proprio la pioggia ti dovevano dare? No, ehm, ascolta Stefano… non è poi così male a pensarci bene. Voglio dire, ci sono un sacco di belle tempeste disseminate in tutta la storia. Ad ogni stacco, ogni volta che Ulisse lascia un luogo e pianifica di raggiungerne un altro, c’è sempre il classico temporale a scombinargli i piani. Praticamente, dopo Ulisse, il personaggio secondario è la pioggia, ma sono molto vicini come presenza scenica e significato simbolico. E poi la pioggia è veramente un elemento naturale tosto! Se ci pensi, bagnandoti, ti lascia proprio un segno fisico addosso, ti viene incontro e, per quanto tu possa ripararti, non potrai mai dirti sicuro di essere salvo. È proprio tosta.
- Dici?
- Puoi starne certo, ometto.

3 Giugno 1992, Scuola Elementare Duca D’Aosta.
La parte della palestra dove non siamo noi, oltre il palco e oltre i pannelli dipinti a mano che hanno il duplice scopo di fare da scenografia e ritagliare un piccolo spazio per le quinte, è una distesa di basse sedie e di persone ordinatamente sedute sopra.
Mi guardo ancora una volta e non riesco a non pensare che, nell’insieme, offro un’immagine di me abbastanza ridicola: una calzamaglia grigio-smorto e un corpo di gommapiuma largo più di quanto sono alto, con tante penose goccioline colorate sopra e due lampi per rendere ancora più sinistra la rappresentazione. Mi sporgo dal pannello dietro cui mi tengo accuratamente nascosto, e lancio alla maestra Mariella un’occhiata implorante; lei mi sorride in risposta e con le mani mi fa cenno che, tempo qualche secondo, devo entrare in scena. Poi, con voce impostata, simula un narratore fuori campo.
- «Tacque; e, dato di piglio al gran tridente, le nubi radunò, sconvolse l’acque, tutte incitò di tutti i venti l’ire, e la terra di nuvoli coverse…» Ed ecco a voi… la pioggia!
Per qualche secondo il silenzio assoluto, poi un bisbiglio crescente prende corpo, e poi il bisbiglio diventa quasi un ronzio. Come tante api che hanno appena rigurgitato ognuna il proprio nettare e che se ne stanno a rimirare lo strato di miele che essicca piano piano. Che sarei io. Vorrei non essere lì, vorrei che arrivasse un potente soffio di vento a spazzare questa patetica carcassa di gommapiuma che mi porto dietro, ma proprio ora mi accorgo che senza volerlo mi sono spinto al centro del palco. Non ho più scampo: devo girare e girare e girare. E così faccio, prima secondo piccoli cerchi, poi in cerchi sempre più larghi attorno alla zattera di Ulisse/Raffaele, che mi guarda pensieroso. Giro e sbuffo, con vigore e convinzione. Un ansimare che diventa quasi tossire che diventa di nuovo ansimare. Nella foga mi cade anche un lampo.
- Ehi piantala, sei ridicolo! – mi sussurra Raffaele quando gli passo accanto.
- Che hai detto?
- Fa schifo questa scena! – ribadisce il piccolo Odisseo appena un po’ più forte.
Non ci vedo più dalla rabbia. Penso a come rispondergli al seguente giro, ma poi mi viene in mente che il principale compito di una nuvola da pioggia è rilasciare liquido, ed è proprio questo ciò che dovrei fare per rendere ancora più verosimile la scena. Gli sputo. La goccia di saliva lo colpisce su una guancia e comincia a colargli addosso.
- Ma che…? – si lascia sfuggire Raffaele, poi comincia a frignare.
- È la pioggia, è la pioggia – urlo divertito io.
Dalla platea si alza un boato di punti esclamativi. Le api ricominciano a ronzare forte.
- Hai visto? La nuvola ha sputato a Ulisse!
- Uno sputo?
- Sì, l’ho visto bene.
- No non è possibile… da un bimbo?
- Ti dico che l’ho visto…
La maestra Mariella si aggrappa a un pezzo di scenografia per non svenire. Poi, presa coscienza della situazione, irrompe nel mezzo della scena battendo fragorosamente le mani.
- Avanti con Nausicaaa!

4 Marzo 2009, casa di Marilena.
- E così il nostro scrittore ha raggiunto il ragguardevole numero di diecimila copie vendute? – chiede maliziosa Marilena, facendo roteare una prima edizione di «Stefano odia la pioggia», romanzo d’esordio di Stefano Ligori, edizioni Poseidone.
- Così pare – ammetto candidamente io.
- E perché, sentiamo, il signorino odia la pioggia?
- Perché… perché la pioggia «ti lascia proprio un segno fisico addosso, ti viene incontro e, per quanto tu possa ripararti, non potrai mai dirti sicuro di essere salvo».
- Un po’ come l’amore…
- Sì, più o meno.
- E tu odi anche l’amore?
- No, ma mi guardo bene dai suoi effetti devastanti. Con te però farò un’eccezione, piccola: sarò la più torrenziale e la più duratura delle piogge.
- Voglio sperarlo… Baciami, scrittore!

2 commenti»

  icarothelight ha scritto @

Bellissimo! Regala momenti d’ilarità e comunque la giusta dose di malinconia. Scritto in maniera fluida, che è il tuo marchio di fabbrica, non fa che confermare il tuo talento.

Avrei evitato però il finale al miele.

  marcoslug ha scritto @

Grazie mille, “talento” mi sembra un parolone, però sono contento di aver provato a realizzare, forse meglio che in altre volte, quel mix, come dici tu, di ironia (“La nuvola ha sputato a Ulisse!” penso sarà una frase insuperabile per me :) ) e malinconia…
Sul finale al miele, probabilmente hai ragione; mi è venuto così, senza “premeditarlo” troppo, era uno dei tanti finali possibili…


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