La pioggia: compagna del mio fato
Prologo:
Quel giorno in due righe mi sarei descritta così.
Mi chiamo Querida, abito a Cartagena, una splendida cittadina di mare, dove splende sempre il sole (e da molti è considerata la più bella d’America). Sono una felice ragazza di ventidue anni, di buona famiglia, ho un fratello più grande sposato che mi ha lasciato una camera in più nella casa dove vivo ancora con i miei genitori; una villetta nella parte vecchia della città.Studio filosofia nella piccola università di san Diego e spero di diventare una buona psicologa.
Capitolo 1
Quel giorno maledetto avrebbe potuto assumere una moltitudine di combinazioni diverse, tutte colme di colori di vita ma l’ingranaggio perfetto del mio destino s’inceppo’.
Il fato iniziò a lavorare prendendo le sembianze di mia cognata Sofia che si presentò a casa verso le nove di mattina proponendomi un’eccitante gita a Bogotà’, offerta difficile da rifiutare.
Andare a Bogotà’, infatti, vuol dire shopping e una giornata fuori dal comune tra un ristorante e un bar, una visita ai mercatini caratteristici e alle splendide chiese coloniali.
Presi la scontata decisione e partimmo senza indugi; avvisati mi padres decollammo dal piccolo aeroporto di Cartagena con il nostro Cessna munito di pilota.
Da noi i trasporti funzionano soprattutto via aerea visto le distanze e le strade impervie quindi è normale per un rappresentante (il lavoro di mio padre) possedere un piccolo mezzo.
Il viaggio fu piacevole e tra una conversazione e l’altra potemmo goderci sotto di noi lo splendido scenario d’intervalli montuosi colombiani illuminati da un piacevole sole.
Capitolo 2
Arrivammo in un aeroporto secondario ben collegato dalla metro al centro città e ci dirigemmo immediatamente verso il santuario di Monserrat come prima tappa, subito dopo il ristorante italiano di Colombo.Finito di pranzare visto il bel tempo iniziammo subito a fare spese girovagando tra i mercatini e i negozi del centro città.
Verso le 18 abbastanza stanche decidemmo di fermarci al parco di Quesada, ma non facemmo in tempo ad adagiare le nostre stanche membra che nuvole minacciose ci costrinsero a deviare verso un mercato rionale adiacente a questo polmone verde.Fu contemporaneo ricordo, la pioggia dette il via e la mia vita s’infilò nella direzione più buia.Alle prime gocce sentii diversi spari e vidi uomini con il viso coperto apparire tra noi scendendo da camionette che sbucavano da ogni direzione.Grida di panico, gente che fugge, fumo nero denso sparso nell’aria…una mano che mi trascina sopra queste camionette.
Questo fu il seguito tragico di quella gita.
Mi trovai a viaggiare velocemente tra piccole viuzze nel retro di un mezzo militare insieme con altra gente in visibile crisi nervosa e con un fucile puntato contro; pensai a Sofia… “forse è in un altro camion”.
Il silenzio d’obbligo, le lacrime pure, foresta e montagne presto ci avvolsero e tutti capimmo un’amara verità che la nostra ragione voleva respingere seppur così chiara.
Rapiti dalle FARC.
Continuava a piovere.
Capitolo 3
Sette anni dopo
Di solito l’umidità’ e la pioggia la facevano da padrone ma non quel giorno che iniziò con un bel cielo terso e il sole che solleticava un inaspettato piacevole tepore.Mi alzai presto come al solito quella mattina assalita dagli incubi che si rivelavano sempre meglio che la realtà.Preparai la colazione per me e Sofia che consisteva nel solito caffè lungo con cannella e qualche fetta biscottata… questo passavano da sette anni i guerriglieri che circolavano tra le varie basi all’interno di questa vera e propria giungla.Un reticolo di minipaesini formati da tende, grotte e chissà cos’altro avevo intuito nascosti all’interno della vegetazione.
Noi vivevamo in una tenda con un fornellino e due materassini; il bagno si trovava per tutti in un’altra tenda situata in prossimità dell’abitazione del capo del villaggetto.Una trentina di persone circa componevano la popolazione di quest’abitato e la maggioranza militavano nel gruppo ribelle delle FARC. Non c’era possibilità di venire in contatto con altri rapiti,ronde passavano spesso intorno al campo e per ogni esigenza bisognava fare riferimento a loro.La mattina passò rammendando e cucendo uniformi militari che mi avevano consegnato il giorno prima… dovevo sempre cercare di essere veloce, potevano venire a ritirarle da un momento all’altro e non ci tenevo a essere umiliata e picchiata.Arrivò nel pomeriggio accompagnato da nubi minacciose e un ronzio di pale di elicottero in lontananza un tipo che già conoscevo; mi fece uscire e subito dopo avermi chiesto notizie di Sofia, mi chiese di restituirgli le mimetiche; rientrai nella tenda a prenderle (il ronzio dell’elicottero si fece più forte) e uscendo non lo vidi… cioè…non lo vidi in piedi.
Capitolo 4
Come in una visione assistetti attonita alla discesa di soldati da elicotteri apparsi dal nulla.Scesero tramite funi contemporanei alle prime gocce di pioggia e con la stessa intensità e velocità sembravano planare.Il caos regnò nei minuti seguenti ma nella confusione intuii’ la possibilità di vita che il destino voleva restituirmi.I soldati colombiani ebbero facilmente la meglio sui guerriglieri ma la possibilità e la paura di una rappresaglia immediata consigliavano una veloce fuga.Gli elicotteri facevano un rumore incredibile e il vento che proveniva da essi unito all’acquazzone che ormai veniva giù portava una difficoltà nei movimenti che quasi paralizzava. Corsi istintivamente insieme ad altri ostaggi verso questi velivoli che rappresentavano la salvezza.Sotto la pioggia che aveva preso a scorrere forte urlai disperata quando mi resi conto quasi sulla soglia dell’elicottero che tra noi mancava Sofia.
Non l’avrei mai lasciata li.
A costo di rimanerci.
A costo di morire.
Tornai nella tenda e la trascinai fuori correndo e piangendo … e più piangevo più correvo.Capii durante il viaggio di ritorno il perché del blitz; tra noi al campo c’era una donna molto importante nella politica colombiana.Quando arrivammo all’aeroporto di Bogotà pioveva ancora, giornalisti e parenti allertati ci stavano aspettando.
Vidi i miei genitori venirmi incontro e nello scrosciare forte di questa pioggia di lacrime e pioggia li abbracciai e dissi loro:
“Lei è mia figlia Sofia”
Ideato con grande perizia. Non brilla per fluidità. Leggendolo a volte ho fatto fatica. Storia comunque toccante, che ribadisce cose che la vita realte ci ricorda purtroppo troppo spesso.