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Scrivere è sempre nascondere qualche cosa in modo che poi venga scoperto. (Italo Calvino)

Nuda – di Psycho Kikini

Un’ombra si coricava nella sala, in quel grande e vecchio caffè che soleva essere frequentato da vecchi artisti o romantici di passaggio. Il sole deformava i volti delle statue mobili che si erano rifugiate in quel luogo sinistro. L’onda leggera delle parole aleggiava nella sala, ma la potevano udire soltanto coloro che non erano nel coro. Per gli altri l’udito era pieno delle proprie parole. Lì era solita sostare Diane. Ella era un’artista dell’amore per i più raffinati, una prostituta per i più pratici ben nota agli esperti frequentatori del locale i quali, chi più e chi meno, si erano lasciati andare all’effimero piacere delle passioni, al fiore dei sensi, con lei. E lei, con la sua dolcezza malinconica d’una donna delusa in amore e quasi costretta dalla sua negazione passata, si era rifugiata negli amori deviati dalla piacevole violenza della passione. Quante labbra come lava cocenti d’ardore l’avevano sfiorata, neppure aveva mai lanciato il pensiero a definirlo. I suoi viandanti in cerca d’amore sul suo corpo perlato, facevano parte del sentiero e non si curava di quanto fosse lungo questo sentiero. Al discreto morire del sole, ora assaggiava la città che le si prospettava dinanzi nell’ampia vetrata del caffè. Le veniva in mente un gioco infantile della mente, quando dalla grande terrazza vedeva la città, i suoi colori, i suoi palazzi. Ricordava il forte soffio del cielo dal quale si veniva colpiti lassù. Il vento, come disegnava il vento i suoi capelli mai nessuna cura personale l’avrebbe eguagliato. Immortalata dal furore di questo, e ancora ripiena di innocenza osservava la città ed i palazzi li immaginava come cartoni tirati su. Era già bellissima fin da piccola, ed ora che da ragazza era divenuta donna il suo viso somigliava a un busto di marmo modellato dalle più pazienti mani, con i suoi spigoli scabrosi e caratteristici che ne assorbivano la luce generando passione. “Se fosse stata lei Eva, Adamo avrebbe di certo ignorato la mela”, dicevano di lei. Ironie e leggende nei suoi confronti si sprecavano. Era sulla bocca di tutti, e le labbra di tutti volevano essere sulla sua. La sua infanzia era stata dipinta da un padre freddo e una madre egoista, e la bimba ancora cieca del mondo, cercava di trovare l’affetto negato in chiunque; il suo cuore pareva un sonnambulo che cerca di non cadere dalla scala di legno, attraversata senza osservarne lo scopo né la causa. Crescendo aveva fatto ben presto della sua bellezza la sua virtù predominante. Ne capì col passare del tempo l’importanza e la forza, provò con le sue esperienze quanto la corrente delle passioni trascinava l’uomo e si scoprì capace di tracciare il percorso e la natura di quel fiume.
I capelli ora le si posavano stanchi sul volto, diede un’occhiata al grande orologio in ferro e legno sulla parete volutamente trasandata del locale. Aprì il giornale che fino ad ora aveva lasciato piegato di fianco alla tazza da thè, e ne incominciò la lettura senza attenzione. Era una donna di grande cultura e di nobili interessi, benché il suo mestiere facesse presupporre l’opposto. Pittura, teatro e letteratura erano il suo quotidiano rifugio dalla quotidianità. E ultimamente ne aveva un gran bisogno. Per il suo mestiere era avvezza alle maldicenze che le venivano rivolte. Soleva ignorarle, così da lasciarle sospese nel fascino del mistero: l’uomo addormentato dal deserto emotivo della propria vita, era naturalmente attratto da una voragine che irrompeva nella pianura dei suoi sentimenti. Non era solo agli abbattuti che il suo fascino faceva gola però; occhi amanti, bocche sapienti e menti allegre la ricercavano con insistenza.

Era una serata dispettosa quella che abbracciava Parigi, come potè scoprire di lì a poco lasciandosi alle spalle l’insegna del caffè. Un freddo a folate graffiava i polsi lasciati liberi dalle maniche e le gambe prive di calze. La sua ombra le si presentava dinanzi al calare del sole e il ticchettio dei suoi tacchi scandiva il cammino. L’ombra , quando raggiunse rue de Rivoli, si era allungata di molto. Vide ai piedi del portone un uomo, che seduto leggeva in modo composto. Riconobbe subito Gilbert, ma ignorava cosa potesse averlo spinto ad aspettarla lì, senza neppure prendere un appuntamento.
“Gilbert,” – gli gridò, e l’uomo si destò dalla sua lettura – “cosa fai qui? Non starai mica aspettando me, vero?”, l’uomo piegò malamente il giornale e lo mise sottobraccio, poi disse con un tono stanco: “Dovrò invece contraddirti” – e diede uno sguardo all’orologio da polso – “è più di due ore che ti aspetto”
“Ero al Grand Caffè, avresti potuto raggiungermi e non ti saresti preso questo gelo. Ma cos’hai da dirmi? Vuoi salire?”
“Io..” – sugli occhi dell’uomo cadde un’ombra, e a lei pareva quasi di vederla quest’ombra posarsi sulle lenti sottili – “ecco, preferirei se potessimo salire. Te lo dirò su”
Aveva capito cosa aveva spinto quell’uomo a gettarsi sotto il suo portone. Nell’ascensore le rivelò che ad ogni passato appuntamento s’era sentito sempre più leggero. E fino a che l’animo s’andava alleggerendo non coglieva la necessità nel suo piacere. Fu quando esso incominciò ad alleggerirsi fino a svuotarsi che capì. Ora si sentiva vuoto, e attratto da lei anche perché spinto dalla necessità di riaversi, per poi accontentarsi del piacere effimero di svuotarsi.
Diane fece accomodare il suo ospite sul grande divano in pelle, e gli disse di aspettarla. Gli si presentò poco dopo, il suo corpo avvolto da una vestaglia scarlatta, pareva avesse in sé tutti i segreti del mondo, ed era pizzicato da un leggero profumo che inebriava il corpo di una freschezza pari a quella che si coglie al fianco di un grande flusso d’acqua, ancora pura che pare sgorghi direttamente dal giardino dell’Eden. Raggi di vento mossero i suoi capelli castani.
“Non posso Diane, sento che un’altra volta mi ucciderebbe. Sono già vuoto come una foglia arrotolata, te ne prego”
La convinzione delle sue parole però restò nell’aria per un sospiro, poi cedette inerme all’attrazione psichica e mentale che ormai Diane rappresentava per lui.
“Strappami d’ogni vestito e vestimi del tuo sguardo. Non attendere, lascia agli altri il tempo. Non temere, lascia agli altri la paura.”
Quando la polizia mortuaria venne a raccogliere il corpo di Gilbert, un sorriso crepava il viso ormai pallido.

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