2090
Buio. Silenzio. Poi una voce.
“Possiamo cominciare.”
Il rituale. Quell’insensata sequenza di parole e gesti con cui cerchiamo di dar ragione a cose che un senso non ce l’hanno. Con cui cerchiamo di dare un ordine cosmico a un universo troppo, troppo grande per noi. Il nostro universo. Un’insensata sequenza di parole e gesti.
Tutti hanno almeno un rituale, nessun uomo può davvero farne a meno. Persino il mio caro vecchio amico d’infanzia, il professor Wilhelm von Gottfried, ne aveva uno. Quell’insensata sequenza di parole e gesti con cui cominciava ogni esecuzione.
E, soprattutto, c’era quella frase.
Un brivido mi percorre la schiena, mentre l’ago penetra lentamente il mio cervello, diretto al centro del piacere. Con la stessa fluida lentezza, i ricordi degli ultimi giorni iniziano ad affollarsi in testa: la mia vita inizia e finisce quel giorno.
“Possiamo com…”
Lo sputo lo raggiunse in piena faccia. Uno sputo sul mio fottuto mondo di merda. Mi riscossi dal torpore e mi avvicinai alla vetrata che mi separava dalla sala delle esecuzioni.
Il condannato numero 2089 dell’anno. Una ragazzina. Occhi grandi, verdi, luminosi. Occhi vivi. Meravigliosamente bella. Non più di 16 anni. Un’unica colpa: pensare. Senza avere ancora la maturità sufficiente a capire che per sopravvivere, in questo mondo, bisogna saper scendere a compromessi con sè stessi.
Wilhelm fece irruzione in sala, furente come non lo avevo mai visto, pulendosi il viso con un fazzoletto. Il boia intanto, oltre il vetro, aveva già cominciato: un sorriso beato si stendeva sul volto della ragazza, anticipando lo stato di euforia e rendendo quel giovane viso ancora più bello.
Il rituale stavolta era andato a puttane.
Mi sento bene.
Il mio corpo si riempie di endorfine e altre meravigliose sostanze chimiche prodotte dal cervello eccitato, o direttamente sparate dal boia nel mio centro del piacere. Un dolce calore avvolge le mie membra intorpidite. Mi sfugge un mugolio di beatitudine. Sorrido.
Mi sento bene.
Galleggio in una nuvola di zucchero filato. La ribelle dagli occhi verdi è davanti a me. Mi guarda. Sorride. È così bella quando sorride. Mi sento le farfalle nello stomaco. La ragazza dagli occhi verdi mi bacia dolcemente sulle labbra. Sto per avere un orgasmo. Mi sfugge un risolino.
Mi sento meravigliosamente bene.
Quello che non ti aspetti. Una vita trascorsa in un mondo accuratamente costruito da terzi, in giornate tutte uguali, con persone tutte uguali. L’enorme rituale che è la vita. E poi qualcosa spezza il cerchio.
La ragazzina ormai rideva selvaggiamente e si contorceva, la felicità dipinta sul viso. Quella felicità così contagiosa per il mio scienziato: la rabbia per l’ultimo atto di rivolta di quella focosa adolescente si era già sciolta sul suo volto compiaciuto, mentre ammirava la sua macchina perfetta in azione. Poi, quello che non ti aspetti.
Avvertii distintamente la scossa elettrica percorrere la mia spina dorsale e schiacciarmi a terra, quando vidi quella goccia d’acqua salata rigarle il radioso visino. Una lacrima. Una lacrima sul mio fottuto mondo di merda.
Il mio centro del piacere sta impazzendo. E io con lui. Lo sento vibrare impazzito nella mia testa, imbottito di schifezze chimiche. Sto vibrando anch’io.
Rido.
Rido come un disperato. Vorrei smettere ma non posso. È tutto così divertente. La ragazza dagli occhi verdi è svanita quando ho iniziato a ridere. Mi manca.
Non voglio morire.
Un barlume di lucidità. Un secondo solo. Mi basta.
Un ultimo gesto di ribellione. Mi sforzo.
Il mio centro del piacere continua a ridere. Io no. Lui è felice. Io non sono felice. Io non voglio morire.
Sento gli occhi umidi. Ce la posso fare. Una lacrima schizza via dalla mia palpebra. Urla, brucia, ride. Una lacrima libera. La mia libertà.
Rido. Sto piangendo.
“Wilhelm… La ragazza stava piangendo.”
Mi sorrise, con l’atteggiamento paziente di un padre che redarguisce il figlio:
“Non dire sciocchezze. È un riflesso automatico del corpo. Conosci il procedimento, lo pratichiamo insieme dall’inizio. Muoiono felici, non avrai dubbi su questo, spero.”
Il procedimento. Il braccio perfetto della Corporazione Terrestre. Il manifestarsi in atto della splendida, terribile e razionale filosofia che ne è alla base. Partorita con grandi giri di parole dai filosofi di regime, eppure estremamente semplice nella sua spietata lucidità. Questo è il migliore dei mondi possibili. Il nostro governo il migliore dei governi possibili. Formato dal popolo per il popolo, non può volere il suo male. Tutte le sue scelte sono le migliori possibili nell’unico Scopo ed obiettivo universale: la felicità dell’uomo. Se qualcuno manifesta chiari sintomi di infelicità è soltanto un suo problema. Un difetto genetico, un errore, un bug del sistema in quella macchina perfetta che è il nostro universo. Difetto genetico che va eliminato. Non tanto perchè la sua infelicità può guastare quella faticosamente raggiunta dal migliore dei governi possibili, ma perchè se lo Scopo è la felicità universale e non è possibile ottenerla in questo mondo, il governo deve consentirti di lasciarlo. E devi lasciarlo da uomo felice.
Il procedimento. Morire di felicità.
Guardai in basso per qualche secondo, schiacciato dal peso improvviso e inaspettato del dubbio. Scuotendo la testa osai mormorare:
“Non so Wilhelm, non so… E se stessimo sbagliando?”.
L’errore fatale. La follia è un attimo. È uno sputo in faccia. È una bella ragazza. È una lacrima sul viso. La follia sono gli occhi verde speranza di una ribelle in un pomeriggio di primavera. È credere per un solo secondo che l’amicizia sia una variabile in quella fredda equazione che è il nostro fottuto universo di merda.
L’errore fatale.
Wilhelm mi guardò intensamente. Mi stava leggendo dentro. Il sorriso non scompariva mai dalla sua faccia bonaria. Ma conosceva tanti modi di sorridere, lui. Quello era un sorriso ghiacciato, un sorriso che puzzava di morte.
Il mio corpo è squassato dalle risate. Mi sento debole, stanco.
Non posso continuare così.
È come se diecimila mani mi solleticassero tutto il corpo. Mi fa male la pancia, mi fa male tutto. Ma continuo a ridere. Una risata folle, isterica. Una risata chimica.
Basta, non ce la faccio più.
Mi manca l’aria. Il mio cervello è in tilt. Sta morendo in un turbinio di colori e di suoni sconosciuti. Sta morendo in un universo che non è il suo.
Rido. Rido e ancora rido.
Ma fa male. Fa terribilmente male.
Vi prego, vi prego smettetela. Basta così, abbiate pietà.
Sto morendo.
Voglio urlare, voglio implorare, voglio chiedere perdono. Cerco di aprire la bocca, ma mi escono solo risate, risate, altre risate.
Soffoco di risate.
Soffro, terribilmente soffro.
Non ce la faccio più.
Vi prego basta.
Basta.
Basta.