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Scrivere è sempre nascondere qualche cosa in modo che poi venga scoperto. (Italo Calvino)

Di felicità si può anche morire – di Bob_Bolognese

Settembre 2008. Dintorni di Kazan, Tartastan
Sentiva solo il rumore della pioggia, inizialmente. Gli era sempre piaciuta la pioggia. Da quando era arrivato nei pressi di quel locale, non aveva smesso un attimo. Aveva spento il motore dell’auto nel parcheggio attiguo ad esso e si era messo pazientemente in attesa. Fuori, quel ritmo incessante, quel picchettio incontrollato gli dava una sensazione di benessere. La notte era più buia del solito e la brezza del vento era più fresca dei giorni precedenti, sentiva che il rigido freddo del deserto era ormai lì per arrivare. Si sistemò il bavero del cappotto nero che indossava, e lentamente infilò i guanti in pelle, neri anch’essi. Ad operazione ultimata li rimirò, quasi appagato, alla luce fioca del lampione lì fuori, mentre un sorriso ben delineato apparì sul suo viso pallido e smagrito, gli occhi grigi ridotti a fessura sembravano in contemplazione su di loro. Riprese infine a guardare fuori dalla macchina. Le gocce di pioggia non sembravano volersi fermare. “Amo la pioggia – pensò – crea la giusta atmosfera.” Le gocce cadevano veloci sul parabrezza. Vide una donna affrettarsi ad entrare nel locale, accompagnata da un uomo con un ombrello. D’improvviso, un’auto entrò nel parcheggio del locale. “Una Subaru – aggrottò le sopracciglia – pessime macchine, le Subaru”. Fischiettò e si guardò per un attimo allo specchietto retrovisore, aggiustandosi il cappello. Si guardò i guanti nuovamente, poi con le dita cominciò a tamburellare sul volante. Le luci della Subaru si spensero, e vide un uomo uscire dall’abitacolo. Le dita si fermarono. “Che brutta faccia – disse ad alta voce – non mi piace la tua faccia”. Lo osservò mentre entrava nel locale. Fu in quel momento che prese la decisione. Aprì la portiera dell’auto.

“Maledetta pioggia!” pensò, mentre entrava nel locale. Il Mantiz gli era sempre piaciuto. Il classico locale appena fuori dalla caotica città, dove poter mangiare qualcosa tranquillamente e staccare la spina per un attimo. Ci andava spesso durante i week-end, in compagnia di Sveta, la sua donna. il padrone, Roman, era un suo vecchio conoscente. Lo vide che stava seduto al solito posto, vicino alla cassa, e gli si avvicinò.
“Salve, Roman. Un tempaccio questa sera. Vedo che il locale non è pieno come al solito, probabilmente è dovuto a quella pioggia”.
“Signor Boris! Buonasera! La stavamo aspettando. Mi stavo giusto chiedendo se avesse deciso di non venire più. E la signora Svetlana, non c’è questa sera?”
“Un impegno di lavoro. Arriverà a momenti”.
“Oh, capisco. Prego, si accomodi. Il tempo non è clemente con noi, ma che vuole farci, non siamo certo in California!” Roman si dimostrò, come al solito, quel che era, un amabile mattacchione.
Una cameriera lo accompagnò al suo tavolo, accanto ad una coppia di anziani signori, intenti ad assaporare del borsch.
“Non vedo l’ora che arrivi” pensò, mentre si sedeva.

Il cappello a tesa larga lo proteggeva egregiamente dalla pioggia. Controllò il caricatore, e fischiettando un allegro motivetto che aveva sentito poco prima in radio, si diresse verso una finestra, da dove poteva veder bene l’interno del locale. Era allegro, lo era sempre in situazioni del genere.
Sentì sopraggiungere un’auto. Ripose la sua beretta all’interno del cappotto con discrezione. Era una bionda, che parcheggiò proprio accanto alla Subaru dell’uomo che aveva visto entrare. La vide dirigersi spedita verso l’ingresso, camminando con eleganza sopra i tacchi di dieci centimetri, sotto il diluvio. Quando entrò, l’uomo tirò nuovamente fuori la pistola, e le rivolse uno sguardo amorevole.
“La mia piccola Dascha” mormorò, baciando la canna della pistola. Guardò verso la finestra, davanti a sé vedeva seduto quell’uomo che non gli piaceva per niente.

Sorrise e socchiuse gli occhi, pregustando le sensazioni che avrebbe provato di lì a poco. “Come quella volta al Samara’s. – pensò – Oh, che tripudio di emozioni, quella volta! La donna mi aveva guardato agonizzante, mentre cadeva al suolo. Tutti gli avventori del locale erano disperati. Oh, sì, che godimento quella volta! Tutti terrorizzati e sgomenti, è stato sublime.” Rise.
Sotto la debole luce del lampione, puntò fieramente il grilletto verso l’uomo dentro il locale. Udì una voce femminile (“Boris!..”) e vide l’uomo voltarsi sorridente. Non ci badò: guardò la pistola, quindi chiuse gli occhi e dopo pochi, interminabili secondi, sparò.
Il vetro infranto, il tonfo di un corpo a terra, le urla delle persone, i bicchieri rotti: l’animazione che scaturì da quello sparo, erano musica per le sue orecchie, e li assaporò pian piano. Poi aprì lentamente gli occhi e vide con sorpresa che l’uomo era in piedi, lo sguardo raggelato verso terra.
“Sveta! – urlava – Non può essere!”
“Boris..” sussurrò flebilmente la bionda, agonizzante a terra
Boris si volse verso la finestra rotta, poi corse verso l’uscita.
Sentì aprirsi la porta. Boris lo guardò ferocemente e stava per dire qualcosa quando lui gli sparò di nuovo, colpendolo ad una gamba. Il suo volto era il simbolo del godimento in quel momento. “Una coppia, addirittura! In una sola notte!” pensò. Boris cominciò a trascinarsi sotto la pioggia, verso la sua Subaru. Non perse tempo e cominciò a sparargli, una, due, tre volte: Boris cadde a terra, colpito di nuovo. L’uomo urlò di gioia, guardando la propria vittima. Con calma, poi, si diresse all’ingresso del locale. Si affacciò: vedeva persone a terra coprirsi la testa con le mani, sotto i tavoli. Seduto più in là un cameriere, che guardava nella sua direzione, con intorno cocci di vetro. Vide il proprietario, vicino alla cassa, paonazzo, gli occhi a palla spalancati che lo fissavano, il sudore gli colava dal grasso viso mentre con le mani tremanti cercava qualcosa.
“Mio signore..” fece in tempo a dire, prima che una pallottola gli forasse la testa lucida ed il sangue copioso cominciasse ad imbrattare le piastrelle bianche del pavimento. La gente urlò di nuovo mentre gli occhi dell’uomo fiammeggiavano.
“Sergej! Io mi chiamo Sergej! Non mi piace chi mi chiama signore! Chiaro?”
La sua improvvisa ira scemò velocemente alla vista del sangue che scorreva lungo il corpo di Roman. Sorrise di nuovo rivolgendosi ad una cameriera, che giaceva lì accanto, sconvolta. Sergej si tolse il cappello, ed accennò un breve inchino:”Incantato, signorina..”
Fu in quel momento che sentì accendersi un motore. Era la Subaru.
Sparò verso il parabrezza, ma la macchina si mosse e sgommò verso la superstrada. Sergej vide la scia di sangue partire dal punto in cui era Boris fino a dov’era la macchina. “Mi piace.. Vuoi giocare..” disse tra sé e sé.
Entrò velocemente nella sua Audi, girò la chiave e partì all’inseguimento. Nessuno in giro, a quell’ora. Imboccò la superstrada, che tagliava il deserto dei tartari, culla di antiche civiltà barbare brutali e spietate. Quando l’iniziò a percorre e la vide così, al buio, sotto la pioggia, dritta davanti a sé per centinaia e centinaia di chilometri, fu proprio allora, in quel momento, che gli si accese la miccia dell’irrazionalità più totale, del sadismo più sfrenato, e raggiunse il suo culmine al materializzarsi dei fanali posteriori della Subaru, esplodendo in una fragorosa e diabolica risata, con l’estasi dei sensi sempre più vicina. Rimontò ben presto Boris e gli si accostò, mentre sfrecciavano nell’oscurità tartara. Fu allora che aprì il finestrino, perché voleva vedere Boris soffrire, voleva vedere il suo viso terrorizzato.

Rise, e ridendo urlò il suo nome “Boris!” a grande voce, come se potesse sentirlo. “Boris!” gridò di nuovo, e gli andò contro con l’Audi, cercando di farlo uscire di strada. L’auto di Boris resistette. “Boris!” Un’altra risata, un’altra sportellata. La Subaru toccò il guard-rail. Sergej lo strinse ancora di più, e dopo un’ultima, agghiacciante, demoniaca risata, lo colpì un’ultima volta. La Subaru si capovolse, mentre Sergej perse il controllo, uscì fuori strada e si schiantò contro un albero. Venne sbalzato fuori dall’abitacolo e cadendo sentì un dolore lancinante montargli per tutto il torace ed alla testa. Aprì leggermente gli occhi, riuscendo a vedere davanti a sé il fuoco provenire dalle macerie dell’auto di Boris. Pensò a quanto era stato emozionante, pensò all’eccitamento provato, pensò che non era mai stato così felice in vita sua. Sorrise ancora una volta e chiuse gli occhi. Ora sentiva solo il rumore della pioggia.

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