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Scrivere è sempre nascondere qualche cosa in modo che poi venga scoperto. (Italo Calvino)

Di felicità si può anche morire – di Hic-sunt-leones

Faccio questo lavoro da anni. Situazioni e personalità particolari, fuse in un unico groviglio, inestricabile. E’ questo il frutto del mio lavoro. Per alcune storie mi appassionavo a tal punto da sentirmi coinvolto in prima persona, poi la forza dell’abitudine e la ripetitività del mio agire ha fatto sì che prendessi una distanza terapeutica dalle dirette conseguenze della mia selezione a monte. Una forma di autodifesa, altrimenti con tutte queste storie c’è di che diventare matto. Tuttavia alcune volte ho seguito con curiosità morbosa – lo ammetto – le vicissitudini di alcuni soggetti. Molte storie si somigliano, ma l’imprevedibilità nel determinare quali elementi andranno a convivere forzatamente tra loro e il fatto che a loro volta questi due fattori siano tra loro così disparati, insieme all’ineffabile agire del fattore umano, determinano l’innesco di una concatenazione di avvenimenti imponderabili, persino avvincenti.
Vi spiego in che consiste la mia attività. Il concetto di fatalismo non è corretto per riuscire a comprendere l’essenza della mia arte, né il principio per cui l’uomo è il fabbro della propria fortuna. Non propriamente. La chiave di volta di questo affaccendarmi dietro le umane vicissitudini è la casualità. Il caso, o caos che dir si voglia. Non è un caso, perdonatemi il gioco di parole, che mutando solo l’ordine di due semplici lettere il caso si trasformi in caos, e viceversa. In sostanza sono un estrattore-accoppiatore di casualità. Ho a disposizione due consolle speculari, uguali in tutto e per tutto, tranne che per il colore: una infatti è bianca, l’altra nera. Ciascuna presenta 4896 tasti lisci, senza simboli. Ogni tasto non corrisponde sempre ad un unico specifico valore. Questi cambiano in continuazione. Esistono cioè 4896 valori, ma l’ordine con cui si mescolano ad ogni estrazione sui tasti della consolle è imprevedibile, casuale appunto. Cosa non cambia è il tipo di valori espressi dalle due console. Alla console bianca corrispondono valori-qualità positivi e promuoventi per l’uomo, alla console nera corrispondono valori-qualità negativi e deteriori. Per ogni nuovo nato nel mondo io accoppio un tasto della console bianca e uno della nera, accorpandoli per sempre. Sono le mie estrazioni, l’essenza del mio lavoro. In questo modo io creo l’ambiente-destino di riferimento per ogni essere umano. In pratica definendo un valore guida fondante e uno distruttivo per ogni uomo, attuo una delimitazione casuale dell’ambito in cui la persona si troverà ad agire, ma all’interno di questo “ambiente definito” la persona in questione ha infinite possibilità di evoluzione; evoluzione intesa come potenziale umano da esprimere nell’ambito dei suoi due precipui valori guida. Agli esordi il rendermi conto che così operando fornivo il substrato su cui il singolo soggetto avrebbe scritto il proprio destino mi sconcertava. Nel corso del tempo mi sono trovato ad estrarre accoppiate talmente bizzarre o improbabili che mi lasciavano con un senso di meravigliata incredulità nei confronti della persona cui andavo ad associarle. Poi ho capito che è un lavoro necessario.
Non sono mancati alcuni personaggi che ricordo per l’inaspettata piega che hanno fatto prendere alle proprie storie e per l’incredibile capacità di sfruttare ai massimi livelli la parte bianca della loro anima, o, al contrario, per essersi fatti sopraffare dalla loro parte oscura. Mi ricordo per esempio di Napoleone, personalità notevole, grazie alla mia pescata: Carisma. Da contraltare le sue Manie di grandezza, lato nero che lo hanno relegato in un’isoletta in mezzo all’oceano Atlantico a concludere i suoi giorni. E che dire di Messalina, il suo lato nero prese il sopravvento e piegò ai suoi fini distruttivi il lato bianco. L’Astuzia alla fine fu al servizio della Dissolutezza.
Ora vi racconto una storia singolare.

Al numero 18465798678 corrispose la seguente diade: Generosità/Avidità. Sembra un ossimoro impossibile a manifestarsi, vero? Essendo il numero generico e impersonale vi svelo il nome che sotto vi si cela: Oscar. Oscar era persona aperta, affabile, generosa, ma anche sfrontata e avida. Dopo un’infanzia non facile, da adolescente Oscar comprese di essere malato di sesso. Lui non la riteneva una malattia, resta il fatto che aveva estremo bisogno di fornicare più volte al giorno. Era un ninfomane. Questa tendenza rispecchiava la sua avidità nel ricercare nuovi amplessi, per saziare appetiti abnormi. D’altro canto, la china che prese, ossia “intrattenitore privato per signore”, denotò anche un certo afflato generoso, poiché regalò se stesso e il proprio corpo a innumerevoli donne. Che poi lo facesse dietro compenso dimostra ancora una volta un animo incline all’avidità. La sua condizione gli permise di arricchirsi. Però la sua generosità gli fece regalare fiumi di denaro, denaro sempre sudato, grazie alle sue impervie evoluzioni erotiche con ricche, ricchissime donne annoiate e sole, oppure maritate ma comunque annoiate (le più pericolose, scoprì a sue spese), a familiari e amici in primis. Non aveva penuria di liquidi, ma non ne aveva a sufficienza, non quanti avrebbe voluto. Doveva farne di più, per poter elargire a coloro che non si facevano scrupoli nel far leva sul suo lato prodigo, e per averne in abbondanza per sè. Voleva comprarsi una Maserati Granturismo e uno Yacht Ferretti. Servivano gli straordinari. Oscar aveva un fisico statuario. Madre Natura è stata magnanima nei suoi confronti. Prese a lavorare in modo maniacale. Non che non gli piacesse, con alcune clienti era un vero professionista ed era il primo a godere in maniera profonda di una situazione in cui, al di là del pur appagante compiacimento fisico, anche le sue tasche traevano vantaggi davvero sostanziosi. Ad un certo punto Oscar era riuscito a mettere da parte un bel gruzzolo, gli mancava solo un certo ammontare per potersi permettere di scialare i suoi averi nei beni di lusso desiderati. Era tutto pronto: la Signora Fittiboschi era ansiosa di trascorrere con lui la giornata nella villa colonica sita sul Lago Maggiore, di proprietà del multimiliardario marito, sempre via a causa degli impegni di lavoro. Il guadagno per quella trasferta di lavoro era faraonico, e Oscar conosceva la signora Fittiboschi: a parte qualche stramberia, era una delle sue clienti più affascinanti. Per farla breve Oscar era bramoso di godersi le promesse che quella tiepida giornata settembrina gli elargiva. Promesse di appagamento, lusso, ingordigia, lascivia e, in fondo, anche di liberale adoprarsi per uno zio che gli aveva chiesto un prestito di una certa entità. Finito il suo impegno avrebbe potuto soddisfare anche i bisogni del lontano parente. Che volere di più? Oscar era su di giri, e la signora Fittiboschi lo sperimentò in modo violento e piacevole allo stesso tempo, fino a quando non fu lei a voler prendere in mano la situazione (lungi da me cercare un qualsiasi gioco di parole): ammanettò Oscar alla testiera del letto e con in mano un frustino diede inizio ad una delle galoppate più epiche a cui abbia mai assistito (non prendetemi per un guardone, vi prego). Un tale mirabile groviglio di ardente passione, frementi ormoni, brada lussuria da far scoppiare di gioia Oscar, che nell’acme del dissoluto piacere…si perse per sempre. Oscar morì in maniera brusca, durante l’orgasmo. Una morte stupenda in fondo. Oscar morì felice, anzi, al culmine della felicità e dell’appagamento, fisico e psicologico. L’esame autoptico non rivelò alcuna disfunzione e non fu possibile risalire alla causa della morte. Davvero una cosa mai vista prima. Oscar è l’unico caso che io conosca di persona morta di felicità. Non vi sembra paradossale che di felicità si può anche morire?

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