Suonano le trombe sui bastioni. Bandiere rosse e gialle sventolano vigorose nel cielo cristallino. La popolazione intera si riversa esultante verso il castello, annusando nell’aria aroma di cambiamento. E’ un giorno di festa, e i soldati non badano granché ai ladruncoli dodicenni che furtivamente depredano gli ortolani.
È stato eletto il nuovo re! Niente conta di più al mondo in questo istante, nessuna catastrofe naturale può urtare la gioia dell’evento. Migliaia di persone di tutti i ceti sociali accorrono frenetiche ai piedi del torrione principale, in attesa di vederlo, di inneggiarlo, di lodarlo. Manca poco ormai, le finestre si sono già aperte e le guardie del corpo sono uscite baldanzose con la divisa delle grandi occasioni. Una sagoma si staglia contro la penombra dell’interno del castello. Eccolo! Il nuovo re si affaccia giubilante al balcone per salutare il suo popolo. Un’ovazione lo accoglie amorosamente, resa ancora più calorosa dall’odio provato per decenni verso il suo tiranno predecessore. Anche lui al momento dell’elezione era stato osannato in tal maniera dai cittadini, ma con il passare degli anni si era progressivamente rivelato un despota, un ozioso orsacchiotto spelacchiato, curante solo del proprio benessere. Le guerre e la carestia avevano attanagliato la nazione, che non si era fatta pregare nel mutare il suo iniziale affetto verso il sovrano nell’odio più sfrenato. Ma tutto ciò non può accadere con il nuovo re. Questo è diverso, basta guardarlo in faccia. Eh si, che faccia determinata, sembra proprio uno di quegli eroi delle Crociate dipinti negli arazzi del castello! Lui avrebbe guidato il popolo e l’intera nazione verso una nuova era di prosperità e ricchezza. Avrebbe conquistato il mondo, lo si legge chiaramente in quegli occhi gaudenti e radiosi, ma sinistri nello stesso tempo.
Il re alza la mano e invoca la sua gente. Un boato risponde al suo gesto. Il potere è suo e niente può portarglielo via. Niente.
VENT’ANNI DOPO
Né era passato di tempo da quel giorno. Non lo si leggeva soltanto dalle rughe sui volti di coloro che erano allora presenti, ma soprattutto dalla loro condizione. Il re aveva sfidato il mondo, e il mondo aveva risposto. E a vincere era stato quasi sempre quest’ultimo. La fame e la miseria spadroneggiavano forse più del sovrano, ormai indebolito nel fisico e nel morale. La corte reale era un pullulare di sguardi angosciati e irrequieti. Il re non era più in grado di affrontare l’invasione dei nemici a nord della nazione. A preoccupare infatti non era tanto l’inefficienza dell’esercito, quanto la scarsa vena del monarca. Giaceva ormai da giorni sulla sua poltrona preferita, quella che dava sulle montagne. La barba cadeva incolta sull’ampio ventre. La corona pendeva pericolosamente da un lato contribuendo a rendere il suo aspetto ancora più dimesso. Il suo sguardo non era più quello di una volta, non era più quello di quella volta. I suoi occhi erano quelli di un uomo che aveva consumato la vita succhiandoci dentro con avidità. Aveva sfruttato anche più del dovuto la sua posizione, ma l’entusiasmo iniziale non era bastato a regalargli la gloria, oltre che il potere. Ora attendeva la disfatta, l’ultima inesorabile sconfitta, la fine della sua personalissima fine, iniziata con l’inizio del suo regno.
I cortigiani più influenti avevano constatato la pericolosa indolenza del sovrano, forse addirittura peggiore dell’esuberanza dei primi anni. Doveva essere spronato, e subito. Doni e omaggi frondosi gli arrivavano puntualmente, ma niente sembrava motivarlo a difendere la sua patria e il suo antico orgoglio.
Intanto il giullare cantava:
E allora perché, se ha tutto il mio re, stasera si è nascosto sotto il tavolo?
Presto, che già dalle scale sale profumo di torta di mele
Qualcuno lo deve tirare fuori, insomma non fanno così i signori!
Tiratelo fuori da sotto la panca, mettetegli in viso un’aria meno stanca!!!
Nessun regalo, nessun ossequio era stato sufficiente a restituirgli la cattiveria di un tempo. Il re era sempre più apatico, ormai trascurava anche se stesso. Le riunioni segrete fioccavano sotto il suo naso, alla disperata ricerca di una soluzione. Il bene della nazione doveva essere garantito ad ogni costo. Ad ogni costo. Il consiglio di corte era pervenuto ad un compromesso doloroso, ma inevitabile. Era giunto il momento di cambiare, di invertire la rotta. Con il re o senza.
Il giorno del suo compleanno era stata organizzata una grande festa a palazzo. Ogni ben di Dio era stato messo a disposizione del lungo muso del sovrano, alla faccia dei cittadini sempre più poveri e abbruttiti dalla fame. La cena abbondante aveva riempito a dovere il largo pancione del re, risollevando lievemente il suo umore. Gli ipocriti sorrisi dei cortigiani lo avevano parzialmente rassicurato, e satollo si era allontanato dalla tavola con una bottiglia di vino sotto braccio. Quella notte, sorseggiando il nettare tanto pregiato, aveva finalmente deciso di cambiare, di riprendere in mano la nazione e di guidarla alla vittoria. Ce l’avrebbe fatta questa volta. La fortuna era dalla sua, la sentiva scorrere dentro di sé come un liquido deglutito ad ampi sorsi. Ma il lampo di euforia era stato fuggente, veloce come era giunto così era sparito. Le fitte lancinanti allo stomaco lo avevano fatto cadere dalla sedia. Che guaio, si era insozzato il bel vestito!
E il giullare cantava ancora:
Tardi, adesso si è fatto tardi, la fiamma si è spenta nei candelieri
Vi prego, scusatelo cavalieri: viziato, ma questo lo è sempre stato
Da sotto la tavola il vino sta uscendo, è certo ubriaco starà già dormendo
La macchia si allarga, si spande pian piano. Ma Dio, ma che strano colore quel vino!!!
La vita abbandonava il sovrano, così come lo abbandonava la voglia di morire. Che ne era stato della sua vita? Quanto di buono era riuscito a fare? Povero re, che modo grottesco di andarsene. Povera nazione, che triste destino la attendeva. E mentre pensava a tutto questo, con il poco fiato che gli era rimasto cantava lievemente:
I campi ormai non fioriranno più, che resti qui o che ritorni su
Non è per me che i giorni vanno via e l’aria non è mia
Di campi poi io non ne ho visti mai; soldati si, battaglie quante vuoi
Puoi chieder tutto e tutto mi darai, ma…
…ma il re non si diverte MAI!!!