Filippo rientrò tardi dal lavoro. Prima di tornare a casa, la sua Alice, gli aveva detto di comprare una bottiglia di vino buono e di passare in pasticceria a prendere il profiterole che aveva ordinato. S’immaginava già la cena coi loro vicini di casa, i Proietti. Non è che gli restassero particolarmente simpatici, ma il fatto che avessero “il brutto vizio” – come diceva sempre sua moglie – di invitarli a casa loro, li costringeva a contraccambiare. Corse allora veloce all’enoteca nell’isolato di fianco al quartiere dove vivevano, arraffò una bottiglia di Nipozzano di Frescobaldi (“almeno spassiamocela un pò” – mandò giù a mente quasi involontariamente) e si fermò da Cosimo, il loro pasticcere di fiducia. L’immagine di quelle palle di cioccolato fedeli custodi di un cuore di crema squisita, lo rasserenarono. Okay, era pronto a vedersela coi Proietti e i loro atroci investimenti in finanza.
Filippo e Alice erano una classica famiglia di ceto medio: sposati da quattro anni, una casa tutta loro, impiegata lei nell’azienda di un padre da cui mai aveva voluto aiuti economici, tecnico odontoiatrico lui in uno studio che fortunatamente funzionava bene. Una volta a casa Filippo, si stupì di non vedere apparecchiata la sala e non sentire le classiche chiacchiere da aperitivo con cui s’immaginava sua moglie stesse trattenendo gli ospiti. Invece lei era seduta in cucina, coi lunghi boccoli biondi e un vestitino di raso color corallo che le scopriva le spalle. Proprio come piaceva a lui. Sentì un fremito salirgli lungo la schiena. Si ricordò il giorno in cui, in una discoteca sul lungomare di Castiglioncello, le si era avvicinato mentre lei beveva un’aranciata davanti al bancone. Avevano tutti e due sedici anni. Da lì in poi non si sarebbero mai più lasciati.
Continuò a guardare quelle caviglie sottili che accompagnavano il desiderio di nudità che saliva lungo la sua pelle liscia e affusolata, ma che le gambe accavallate volevano negare nascondendo il frutto di quell’amore che a distanza di tanti anni non aveva più niente di così proibito.
“Come mai sei così carina questa sera?”
Cavolo se gli era uscita male. Lei, sorridente replicò fingendosi piccata:”E quando mai non lo sarei?” Non gli concesse la risposta godendo del suo imbarazzo. Amava quando faceva l’imbranato in quel modo. E riprese:”Siediti qui vicino a me…”
“Ma è successo qualcosa?” – le chiese con un filo di preoccupazione.
“Si, fra poco non saremo più soltanto in due a tavola…”
“Ah, ma allora i Proietti vengono. Oddio, che è successo a Mister Perfettino? E’ in ritardo…”
“Scemo…”
“Eh?”
“Non parlo dei Proietti, ma di noi… aspettiamo un bambino”
Filippo non riuscì neanche capacitarsi della notizia, ma gli venne naturale sorridere. Poi furono abbracci, carezze, corpi nudi che si stringevano fra le lenzuola per darsi il calore che quella notizia emanava spontanea. Fecero l’amore una volta. E poi una seconda. Alice appoggiò il mento sul petto ruvido del marito e gli sussurrò:”Ti ricordi quando tuo padre ci beccò, tutti nudi, sul patio della vostra casa a Castiglioncello?”
“Me lo ricordo si… era la prima volta che lo facevamo, anche noi però potevamo stare più attenti, poi era un freddo…”
“Come sei romantico!”
“Beh, ci conoscevamo da quando eravamo piccoli , ti immagini lo shock che ho provato il giorno in cui quel tuo corpo da bambina è diventato da donna e ogni centimetro della tua pelle mi scatenava una tempesta d’ormoni?”
“A parte tuo padre è stata veramente bella quella notte…”.
Si baciarono, silenziosamente innamorati.
Quasi nove mesi dopo
Filippo corse via dal lavoro. Da quando sapeva della bambina in arrivo, non amava tornar tardi e non poter cenare con Alice. Girò le chiavi nella porta e sentì subito la sua voce:”Pippo, vieni in cucina, aiutami, non riesco a rialzarmi”
Vide il mondo passargli davanti, si precipitò da lei e la trovò seduta per terra, un ginocchio sanguinante. Sorrideva:”Chi ce la fa ad alzarsi con questo pancione ora?”
“Amore, che è successo? Da quanto sei lì?”
“Un’oretta. Mi è un pò girata la testa, ho perso l’equilibrio. Vorrei far provare te con questo carico a bordo!”
“Senti, andiamo all’ospedale, vediamo se va tutto bene…”
“Non ce n’è bisogno” – si oppose lei, ma già sapeva che non sarebbe riuscita a fargli cambiare idea.
Al pronto soccorso un medico dal viso rubicondo e sorridente controllò con l’ecografia la bambina e il suo battito. Era tutto nella norma. Poi, per vedere che non ci fosse niente di rotto dopo la caduta, portò Alice a fare una TAC e delle radiografie. Filippo si sedette in sala d’attesa e prese una bibita dai distributori automatici. Mezz’ora dopo vide tornare il solito dottore. Ma era come diverso. Il rossore delle guance aveva delle sfumature d’ombra, il sorriso era meno convito. “Signor Lucci” – gli disse – “la Tac di sua moglie ha evidenziato un aneurisma nella zona del lobo frontale. E’ molto pericoloso col parto in arrivo, col neurologo avremmo concordato di operare subito e tenerci pronti per un cesareo”.
Filippo non seppe dir niente e annuì soltanto con la testa. In momenti come quelli le parole rifiutavano di uscire e di aiutarlo. Si appoggiò alla poltroncina dove sedeva e chiuse gli occhi.
Castiglioncello, tredici anni prima
“Ali fai piano, se mio padre ci sente sono guai…”
“Ah, quante storie… non hai voglia di vedermi nuda?” – arricciò le labbra maliziosa
Quelle parole scossero Filippo fin quasi alla pazzia. La prese in braccio, rovesciò due sedie perché la forza è quella che è in un uomo di diciassette anni. Aprì le porte in vetro per entrare nel patio che dava sulla piscina. E si fermò sul divanetto davanti alla sedia a dondolo. Le sganciò la camicetta e ripensò a quando erano bambini e con appena un costumino si divertivano a fare castelli di sabbia in riva al mare al tramonto. Innocenti, fratelli. Ma lo spettacolo che vide allora non aveva niente di paragonabile. Fecero l’amore, nell’unico modo in cui si può fare a quell’età. Soffrendo. La baciò subito dopo e le chiese se le avesse fatto male. Erano completamente nudi. Lei sorrise, gli disse “Scemo… abbracciami, che qui fuori si gela…”
Sentì una mano che lo toccava dolcemente sulla spalla, aprì appena gli occhi. “Signor Lucci, sono Fabio Morelli, il chirurgo che ha operato sua moglie”
“Mi scusi devo essermi addorm…” – poi con la vista ancora annebbiata notò il sudore che rigava la fronte del medico – “Dottore che è successo? La bambina non ce l’ha fatta? Mia moglie come sta?”
“No, la bambina sta bene. Purtroppo però l’aneurisma di sua moglie era molto più grande di quanto sembrasse dalla Tac. Abbiamo provato ad applicare le clamp, ma si è subito rotto il vaso, il cervello s’è gonfiato e s’è formato l’edema. Abbiamo fatto il cesareo perché il battito della bambina era in calo. Sua moglie però era già in arresto. Abbiamo provato a rianimarla più volte, ma non s’è mai ripresa. Mi spiace, abbiamo fatto tutto il possibile”
Filippo come al solito non replicò. Ma stavolta le parole non tardarono ad arrivare, proprio non c’erano. Era vuoto. Chiese solo:”Lei dov’è?”
“Sua moglie è ancora nel post-operatorio. Stanno finendo di sistemarla. Se intanto vuol vedere sua figlia…”
Filippo prese in braccio quella bambina, entrò nella piccola stanza che separava il corridoio della sala operatoria dalla zona dove si opera. Vide la sua Alice, la chioma bendata e i ricci macchiati di sangue. Le sfiorò il braccio, sentì che era gelata. Ripensò a quella notte a Castiglioncello. Si spogliò nudo, si sdraiò nel letto vicino a lei e pensò che avesse freddo. Allora la strinse. Tenendo in mezzo a loro quella bambina in lacrime. L’unico suo ricordo di lei.