UniVersi

Scrivere è sempre nascondere qualche cosa in modo che poi venga scoperto. (Italo Calvino)

Nuda – di Natureboy

“È arrivato papà, è arrivato papà!!!”, esclamarono i tre bimbi. La macchina del signor Sigmund Smith percorse il vialetto e si fermò al solito punto, davanti alla cassetta delle lettere. Con la valigetta in una mano e le chiavi di casa nell’altra, raggiunse con l’abituale passo caracollante la luccicante porta d’ingresso e, dopo aver bisticciato con le chiavi, entrò nel suo nido familiare. I tre figli, rispettivamente di nove, sette e sei anni si fiondarono sul suo corpo estenuato dopo 10 ore di spossante e noiosa attività d’ufficio. Il signor Smith, dopo uno sbuffo e un’imprecazione, li allontanò pacatamente, sperando che la loro prorompente carica energetica si fosse esaurita nel giro di un’ora, consentendogli almeno per una volta di fargli vedere in santa pace il film della sera. Entrato in cucina trovò sua moglie Greta intenta a seguire un quiz alla tv, con una ciotola di arachidi davanti a sé e lo sguardo annebbiato, nonché leggermente strabico. La grassa donna neanche si era accorta dell’arrivo del marito, che nel frattempo si era sistemato al solito posto a tavola, con le spalle alla finestra e un orrendo quadro di gerani appassiti appeso sul muro esattamente di fronte a sé. Aveva sempre odiato quel quadro. I bimbi entrarono urlanti e sghignazzanti, andando ad urtare ulteriormente la pazienza del signor Smith. Cominciarono a cenare. Analizzando la poltiglia maleodorante che infangava l’impeccabile piatto di porcellana, appurò che si trattava di uova strapazzate. Le solite uova strapazzate. Stava mestamente allungando la mano verso la forchetta quando Greta, dopo un rutto fragoroso, prese la parola: “Siamo stati invitati dall’assessore alla cena di gala di domani sera. Sua moglie è una mia cara amica e mi ha dato due inviti. Mi raccomando, non farmi fare brutte figure!”. (“Dovrei essere io a non fare brutte figure?”) pensò il signor Smith, ma decise che era meglio non parlare e continuare a rimpinguarsi di uova devastate. Una cena di gala. Non era certo il tipo per quelle mondanità. Si sarebbe trovato come un pesce fuor d’acqua. E a dir la verità, un po’ si vergognava di sua moglie, così lontana dal concetto di “galanteria”. Era certo sarebbe stata una pessima serata. Pessima come la sua vita d’altronde, così tremendamente monotona e piatta.
All’indomani, tornato dalla solita ripetitiva giornata lavorativa, il signor Smith trovò uno smoking vecchio di una decina d’anni disteso sul letto. Lo guardò orripilato e consolidò la sua sensazione che la serata sarebbe stata un fiasco totale. Ma che ci andava a fare un mediocre come lui ad una serata di gala? Sicuramente ci sarebbero stati un sacco di snob ed eccentrici politicanti di periferia, con al seguito le loro altezzose e agghindate consorti; mica “signori nessuno” come lui. Di lì ad un paio d’ore avrebbe capito che non si era sbagliato di una virgola, anzi, la serata si prospettava anche peggio di come se l’era immaginata. Il salone era immenso, tutto tirato a lucido. Un’orchestra di viole rimembrava in un angolo una famosa aria del Beethoven. Gli invitati erano tanti, e tutti come se li era immaginati. Si sentiva così dannatamente un pesce fuor d’acqua che avrebbe volentieri trascinato con la forza sua moglie fuori di lì; ma Greta sembrava perfettamente a suo agio nel suo abbondante tailleur color malva, intenta a cianciare con le sue amiche altolocate. Guardandola esibirsi così falsamente a suo agio, il signor Smith provò pena per sua moglie, perché proprio non riusciva a comprendere che quelle donne si stavano prendendo gioco di lei, in un perfetto vortice di ipocrisie e maliziosità varie. Preferì allontanarsi e cercare di ammazzare il tempo al tavolo delle bevande.

Ma ad un tratto la musica si fece più intensa, e molti fra gli invitati cominciarono a danzare sulla pista improvvisata. Le donne indossavano maschere alla maniera delle dame borghesi della Francia settecentesca, il che, notò il signor Smith, donava loro un certo fascino misterioso. Ballavano grevemente, senza avere molta cura dei passi corretti, ma quelle donne assumevano una grazia particolare agli occhi del signor Smith, che le osservava incantato, come se non avesse mai visto nient’altro di così interessante in vita sua. Le loro movenze, i loro gesti, le loro mani affusolate, risvegliarono dal torpore profondo dell’animo dell’uomo un ardore svanito ormai da tempo; ondeggiavano e scivolavano goffamente sulla pista, pestandosi i piedi a vicenda, ma il signor Smith vedeva in loro le più grandi ballerine sulla faccia della Terra. Ora immaginava i loro volti sudati dietro le maschere, contratti in smorfie di concentrazione; ora immaginava le loro gambe candide effondersi in un eccesso di sensualità, con la cellulite in bella mostra e le vene varicose sgargianti; ora immaginava i loro seni danzanti, così soavemente leggiadri nella brezza dei campi; ora immaginava i loro villosi solchi brulicare di piacere e di goduria, un’apoteosi di ebbrezza e di estasi. Il signor Smith era pietrificato dinanzi a tanto splendore, e nel contemplare quelle donne nella sua dissoluta fantasia, sentì di aver recuperato in un attimo la passione della giovinezza. Si sentiva virile come non mai e nutriva un forte desiderio sessuale verso ognuna di quelle donne. Desiderava possederle, amarle, sodomizzarle in tutti i modi, come mai era riuscito a fare in vita sua. Completamente dimentico della sua pachidermica consorte, con lo sguardo annebbiato e vitreo, portò lentamente la mano verso il basso ventre e cominciò a massaggiarsi i testicoli fumanti. Eccolo, era arrivato il momento che aspettava ormai da troppo tempo. Si allontanò dal mini-bar e percorse trasversalmente la sala fino a giungere al bagno degli uomini. Si chiuse in una cabina e si guardò intorno con fare circospetto. Quel luogo era assai diverso dal resto del palazzo: era lercio, sudicio e puzzolente. Era perfetto. Con le mani tremanti e sudate fece scorrere la cerniera dei pantaloni e andò in cerca del suo vecchio complice così tanto abbandonato a se stesso. Il pene uscì dalla sua tana secolare come un re dalla sua reggia, trionfante. Finalmente veniva fuori per qualcosa che non fosse il semplice espellere i bisogni. Il signor Smith lo afferrò e con decisione fece scorrere la mano su e giù, su e giù, sempre più forte. Ormai era un impeto travolgente, e mentre godeva e sudava, nella sua mente rivedeva quelle donne al ballo, emananti vigore sessuale e sprizzi di dionisiaca estasi. Si, riabbracciava la vita con tutti i suoi piaceri. Sentiva le note del Beethoven sempre più forti e decise, vedeva fiotti di champagne scorrere superbi dalle scalinate, nelle narici l’inebriante profumo dei tulipani olandesi. Schizzi di vita, schizzi di gioia, schizzi di demoniaca rivolta. E fu oblio. Per sempre.

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